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domenica 7 marzo 2021

Hans Holbein il giovane artista e l'opera pittorica Gli ambasciatori

 

Hans Holbein il giovane chiamato così per distinguerlo dal padre anch'esso ottimo pittore Hans Holbein il vecchio, nasce nella città di Augusta nell'anno 1497/98 e muore a Londra nel 1543 è stato un ottimo pittore nella prima metà del Cinquecento. Qui sotto possiamo vedere una immagine che tratta l'opera di Holbein intitolata Gli ambasciatori.

Holbein il giovane e opera Gli ambasciatori


Hans Holbein il giovane è stato un grande artista tedesco sopratutto come ritrattista e incisore, ma si è fatto notare anche come illustratore di libri che nella sua epoca erano davvero molto rari. Tra le sue opere pittoriche una molto celebre è quella intitolata Gli ambasciatori. Quest'opera è stata realizzata nel 1533 utilizzando dei colori ad olio e colori a tempera su una tavola avente come dimensioni circa 207 cm di altezza per 209 cm di larghezza. Gli ambasciatori può essere ammirata a Londra presso la famosa National Gallery. Vi sono raffigurati due personaggi, appunto con funzione di ambasciatori chiamati Jean de Dinteville, ambasciatore francese in Inghilterra e il suo amico Georges de Selve, vescovo di Lavaur. I due sono in una posa che fa vedere tutta la loro importanza e sicurezza data anche dall'abbigliamento sfarzoso. Dietro di loro vi è un tavolo con molti strumenti sia musicali che astronomici e scientifici che simboleggiano tutta la cultura dei due ambasciatori. Si nota una meridiana che indica le ore 10,30 del giorno 11 di Aprile, dei libri, un mappamondo ed altro ancora. Comunque in mezzo a tutta questa arroganza e cultura, Holbein il giovane inserisce anche degli oggetti che fanno vedere che tutto questo è solo passeggero. Viene rappresentata la vacuità e la caducità di tutto. In mezzo a tutta questa ricchezza vi sono dei simboli di morte, come il teschio o la corda spezzata del liuto. Il teschio davanti ai due personaggi è dipinto distorto, in modo che possa essere visto bene soltanto guardando il dipinto bene di sbieco.

Meravigliosa opera Gli ambasciatori di Hans Holbein il giovane, uno dei più grandi ritrattisti della sua epoca.


lunedì 8 febbraio 2021

Il Carnevale visto con gli occhi di alcuni artisti

 

Quanto è bella la festa del Carnevale, specialmente quando la si guarda con gli occhi dei più piccoli. Che meraviglia quando tutta la gente si riunisce per ridere, scherzare e soprattutto ballare in mezzo a tanti coriandoli. Cliccate sulle immagini per ingrandirle un poco.


Bruegel il vecchio Lotta tra il Carnevale e la Quaresima


E cosa dire delle belle maschere che a volte sono davvero dei piccoli capolavori, realizzate da abili e talentuose mani. O ancora andare a vedere i mastodontici e colorati carri allegorici che quasi sempre esaltano o ci sottolineano le mancanze di personaggi pubblici, dei politici e i fatti oscuri dell'attualità. Il Carnevale è tipicamente una festa di origine antica che viene celebrata in molti paesi che hanno una tradizione cattolica. Questa festa di solito viene svolta nelle Piazze e nelle grandi vie delle città, attraverso grandi sfilate e molti balli festosi. Ma la caratteristica principale del Carnevale è quella del “mascheramento” dei festeggianti con abiti e maschere di fantasia che spesso sono davvero bellissime.

Anche in arte molti artisti sia in passato che ai giorni nostri si sono interessati a questo tema festoso e pieno di colori, di luci e di contrasti che è il Carnevale.

Vorrei augurarvi a tutti gli appassionati lettori di passare un divertente e simpatico Carnevale anche quest'anno anche se come sapete tutti avremo qualche piccolo accorgimento da rispettare dovuto alla pandemia del Covid -19.

Per quanto riguarda il Carnevale in arte vi propongo alcuni ottimi esempi di arte pittorica con questo tema.

Su in alto possiamo vedere un bellissimo dipinto del Cinquecento realizzato dal celebre pittore fiammingo Pieter Bruegel conosciuto storicamente col nomignolo de “il Vecchio” per poterlo distinguere dal figlio omonimo anch'esso un ottimo pittore. Il dipinto di Bruegel è intitolato Lotta tra Carnevale e Quaresima, realizzato intorno al 1559 con la tecnica dei colori ad olio su un supporto di legno di circa 118 per 164,5 centimetri. L'opera che è anche firmata in basso con il nome Bruegel 1559 può essere ammirata presso il Kunsthistorisches Museum nella città di Vienna. In questo dipinto possiamo vedere anche grazie all'aiuto del titolo una sorta di battaglia o di combattimento simbolico messo in atto in una affollatissima e divisa piazza. A sinistra l'artista rappresenta i personaggi del Carnevale mentre sul lato destro rappresenta i personaggi della Quaresima di un paese nordico, che sono i contendenti del Carnevale e la Quaresima. Il primo, simbolo di grandi bagordi e festa viene rappresentato come un grasso uomo che golosamente mangia delle pietanze a cavallo di un barile spinto da uomini mascherati mentre la sua rivale che rappresenta la Quaresima, quindi digiuni, preghiere e voti religiosi è raffigurata come una donna smunta e pallida.


Pablo Picasso Arlecchino


Il secondo dipinto che vediamo qui sopra è il celebre Arlecchino che ha come modello il figlio Paul del grande artista spagnolo Pablo Picasso. Picasso amava ed era molto affezionato a questi particolari personaggi di fantasia o dell'arte come ci testimoniano molte sue opere. In questa sua opera solo all'apparenza incompiuta del 1924 vediamo infatti le linee o i cambiamenti lasciate dalla matita, notiamo raffigurato con una grande e delicata precisione nei dettagli che esprimono anche grande tenerezza, il figlio di Picasso Paul che fa da modello con indosso un grazioso costume carnevalesco di Arlecchino. Vediamo che i colori sono utilizzati solo in parte, con questo nero che copre la sedia e il cappello mentre la parte inferiore e i piedi sono lasciati volutamente a matita come se l'artista volesse farli galleggiare nello spazio circostante. Addirittura vediamo un sorta di correzione a matita della posa del piede di Paul lasciata nel quadro da Picasso.


Picasso Pierrot


Altra opera di Picasso sulle maschere e i personaggi di Carnevale è quella del 1918 raffigurante Pierrot che vediamo qui sopra.


Longhi La venditrice di essense


Altre opere artistiche del passato a sfondo festoso e carnevalesco sono per esempio La venditrice di essenze del pittore italiano Pietro Longhi del 1756. La vediamo sopra.


Johannes Carnevale a Roma


L'opera intitolata Carnevale di Roma dell'artista olandese Lingelbach Johannes del 1651 qui sopra.


venerdì 29 maggio 2020

Henri Rousseau l'artista tra scimmie, fiabe e tanti colori



Henri Rousseau l'autodidatta maestro della pittura.
L'opera pittorica che vediamo qui sotto ha come titolo Io, ritratto e paesaggio ed è stata realizzata dall'artista Henri Rousseau negli anni 1889 e 1890. Per ingrandire le immagini cliccate sopra ad esse.


Henri Rousseau e autoritratto


Il pittore francese Henri Julien Félix Rousseau nasce in una cittadina della Francia chiamata Laval nell'anno 1844 dal padre Julien e dalla madre Eléonore Guyard. L'artista vive purtroppo una vita non proprio felice, spesso tra momenti di vera miseria per alcuni debiti contratti che non riesce a pagare e qualche piccolo reato che gli fanno conoscere persino il duro carcere. Ma il “doganiere”, dal nomignolo dato a Rousseau dai conoscenti per via del suo modesto lavoro alla dogana continuerà ugualmente per la sua strada, fregandosene di tutto e continuando anche a seguire la sua più grande passione che è quella della pittura artistica. Il tutto con una sua particolare visione che ha del mondo che lo circonda e che lui rappresenta nelle sue tele con un suo personale stile Naif che ormai conosciamo molto bene. Un grande amore quello che ha Rousseau per la pittura che lo incoraggerà a creare e a realizzare molte opere sino alla sua morte che arriva nell'anno 1910 quando agli inizi del nuovo secolo il pittore aveva 66 anni. Quando era in vita purtroppo le opere e i lavori artistici di Rousseau non vennero molto apprezzati dai vari critici o dagli esperti di arte suoi contemporanei. Addirittura la sua arte non gli porterà nessun vantaggio economico per poter diciamo vivere in modo più soddisfacente come era anche giusto che fosse. Soltanto negli ultimi anni di vita, il pittore Rousseau grazie anche ad una sua piena maturazione artistica e ad un maggiore affinamento per la pittura riesce a sviluppare quel suo stile personale divenuto oggi da subito riconoscibile e tipico nei suoi lavori. Infatti nelle ultime opere di Rousseau riconosciamo subito ammirandole un ricco uso del colore con una resa davvero meravigliosa. Inoltre vediamo e riconosciamo nei suoi dipinti anche delle belle raffigurazioni con delle scene che sembrano uscire da mondi meravigliosi. Sono mondi fantastici, tutti fatti di fiaba o di sogno e da queste belle tele si incomincerà a valutare il vero talento dell'artista Rousseau.


Henri Rousseau opera Incantatrice di serpenti del 1907


Qui sopra vediamo una immagine di una altra opera molto famosa di Rousseau intitolata L'incantatrice di serpenti del 1907. Altri artisti e amici di Rousseau inizieranno ad ispirarsi a lui, e vedranno la sua arte come se questa è una esperienza davvero innovativa e d'avanguardia. Le visioni quasi fiabesche che vengono rappresentate nei dipinti di Rousseau entusiasmeranno tanti critici ed esperti d'arte. Addirittura ci saranno alcuni grandi artisti già affermati in quel tempo del calibro di Pablo Picasso, Gauguin o Kandinsky tanto per citare qualche nome che vogliono rendere il giusto merito al loro amico, a Henri Rousseau.


Henri Rousseau opera Scimmie del 1906


L'opera Scimmie di Henri Rousseau del 1906.
l'opera di cui vediamo una immagine qui sopra che ha come titolo Scimmie è un dipinto realizzato intorno all'anno 1906 dall'artista francese Henri Rousseau. Scimmie è stato realizzato grazie alla tecnica dei colori ad olio su un supporto di tela avente come dimensioni 145,5 per 113 centimetri circa. La possiamo trovare esposta presso il Philadelphia Museum of Art. La scena raffigurata in quest'opera è una di quelle più tipiche, le scene più amate da Rousseau e rappresenta alcuni animali esotici in una grande giungla lussureggiante. Sappiamo che Rousseau non fece mai dei viaggi lontani, magari per località esotiche che tanto amava. Il pittore però aveva la passione di passare intere giornate presso i giardini botanici di Parigi, stando quindi sempre a contatto con il bellissimo verde delle piante e dei fiori di quei posti. Sicuramente in questi luoghi iniziò a farsi una sua idea artistica molto personale, apprezzando la bellezza della natura con le sue perfette forme ben definite, le loro luci o i loro colori.
Guardando l'opera Scimmie, la prima cosa che notano i nostri occhi è la predominanza del colore verde usato nei vari toni per descrivere con grande abilità e realismo la ricca vegetazione di una giungla, composta da tante piante e milioni di foglie. Nascoste in questa vegetazione vediamo alcune scimmiette di cui due abbracciate tra loro al centro che fanno quasi timidamente capolino tra il fogliame. Vediamo anche un uccello che sta sopra di esse appollaiato su di un ramo che sembra sottile mentre il nostro occhio naturalmente viene attratto dal bianco di un fiore che spicca a sinistra della scena, mentre una piccola porzione di cielo si intravede su in alto. I dettagli delle foglie e degli animali sono dipinti con dei contorni netti e precisi che sono tipici dello stile Naif. Il tutto ci fa sembrare quasi ad una scena antica, dipinta per descrivere la fiaba di un bambino. Davvero belle e piene di fascino queste visioni straordinarie di Rousseau.

mercoledì 27 maggio 2020

Toulouse Lautrec celebre artista della Belle Epoque

Henri de Toulouse Lautrec l'artista francese della Belle Epoque.
Gli appassionati di arte conoscono molto bene il periodo che viene tra la fine dell’Ottocento e l'inizio del nuovo secolo. Per esempio se prendiamo gli ultimi vent'anni dell'Ottocento si sa che questo è stato un periodo davvero scoppiettante per le società e la cultura di alcune grandi città europee. Per esempio nelle periferie e anche al centro di Parigi si è vissuto in quegli anni qualcosa di veramente unico, una bellissima epoca, ricca di novità per l'arte ma anche di grandi cambiamenti sociali e umani. Questo periodo fu soprannominato dai parigini come il periodo della Belle Epoque.

L'artista Toulouse Lautrec


Infatti in quel tempo la vita dei parigini non era ancora dominata in modo negativo dalla fretta, dal traffico delle automobili o dal caos che purtroppo abbiamo noi oggi. All'epoca anzi si aveva il tempo e i mezzi adatti per divertirsi molto ma anche per poter riflettere e vivere una bella e serena vita di comunità se solo si voleva. La periferia di Parigi al tempo della Belle Epoque brulicava di numerosi cafè-chantants, di sale da ballo, di cabarets e di altri locali tipici a tema che lanciavano nuove mode e tanti divertimenti, sempre pieni di colore e di feste danzanti molto frequentati. per esempio succede che alcuni mulini di Montmartre di Parigi non lavoravano più, non macinavano più il grano. E allora qualcuno pensò di usare uno di questi mulini per un altro scopo. Infatti le pale di uno di questi mulini divennero celebri come motivo ornamentale. Uno dei mulini era diventato un richiamo molto suggestivo tanto che nel 1889 quando si penso di far sorgere un locale da ballo si dipinsero proprio le pale e il mulino di un bel colore rosso vivo. Era nato così il famosissimo Moulin Rouge che ancora oggi si può andare a vedere ed è un richiamo per milioni di turisti. Vediamo questo edificio nell'immagine qui sotto.

Il locale Moulin Rouge


L'artista Henri de Toulouse Lautrec e le sue donne.
L'artista di quell’ambiguo mondo notturno francese, fatto di locali e di gente danzante e divertita fu un personaggio molto singolare, un anima di artista messa in un piccolo corpo deforme. L'artista dei locali della Belle Epoque era addirittura un nobile. Era il conte Enrico Maria Raimondo di Toulouse Lautrec-Monfa meglio conosciuto nel mondo dell'arte semplicemente come Toulouse Lautrec, lo vediamo in una sua fotografia su in alto.

giovedì 21 maggio 2020

Gli Artisti e i loro cambiamenti durante i vari periodi storici


Gli artisti nei vari periodi storici.
Spesso quando pensiamo o parliamo di un qualunque Artista facciamo l'errore di associarlo ad una persona che abbia magari un carattere piuttosto strano, particolare. Infatti siamo tenuti a vedere gli artisti come a delle persone con dei caratteri ribelli, egocentrici, lunatici. Sotto vediamo Salvador Dalì uno degli artisti più eccentrici.

L'artista Salvador Dalì


Insomma diversi dal normale modo di vedere una persona della media sociale. Sicuramente gli artisti più bravi e i grandi maestri devono avere per forza un qualcosa in più della norma capace di far uscire tutto il genio espressivo ed il talento. Tantissimi capolavori dell'arte sono scaturiti attraverso una forza interiore straordinaria, qualcosa di naturale e unico che non tutti possono avere. Oggi nell'era moderna, un artista celebre è tenuto in grande considerazione, ed è una grande personalità nella società civile al pari di un vero V.I.P. Ma posso dirvi con certezza che per gli artisti non è stato sempre così roseo e bello il loro lavoro.
Nell'antichità e per un lungo tempo tutti gli “artisti”, in primis i pittori, gli scultori e gli architetti venivano considerati come dei semplici e umili operai, degli artigiani. Addirittura spesso alcuni artisti venivano anche trattati male o come se fossero delle persone da evitare. Molti infatti vivevano come degli emarginati. Il lavoro artistico che gli antichi artisti facevano era realizzato o per vera passione o perché erano obbligati dai loro padroni. Nell'antica Grecia cosi come anche durante l'Impero Romano l'artista era molto disprezzato, veniva trattato quasi allo stesso modo di uno schiavo, questo perché si pensava che lavorasse usando soltanto le proprie mani, quindi fisicamente e basta senza metter nulla di suo. Però è proprio nell'antica Grecia che si incominciano a intravedere dei piccoli segnali positivi per gli artisti, segni di un grande cambiamento. Già nel corso del IV Secolo a.C. Infatti alcuni degli artisti greci iniziano ad apporre le proprie firme su alcuni lavori che realizzano. In questo modo attraverso una semplice firma apposta su un opera, gli artisti cercavano di dimostrare la loro volontà di considerarle delle opere uniche e irripetibili. Insomma l'artista iniziava a prendere coscienza del proprio lavoro e soprattutto del proprio talento. E con la loro firma rivendicavano un giusto e meritevole riconoscimento. Quegli antichi artisti non vogliono essere più visti come dei semplici operai o artigiani che usano le mani e basta, senza nulla togliere a questi onorevoli lavori.

Leonardo da Vinci autoritratto


Si dovrà però aspettare ancora molti secoli prima che i pittori, gli scultori e gli architetti riescono a conquistare una vera e propria considerazione sociale. Se pensiamo che anche l'artista del Medioevo è ancora considerato una persona che esercita un normale mestiere. Anche se però rispetto ad altri lavoratori egli viene già considerato come una persona che ha delle abilità particolari, molto speciali. L'artista del Medioevo è obbligato per esempio a iscriversi ad una delle corporazioni, che sono una sorta di club con delle regole ben precise e a volte molto rigide. Nel Medioevo ogni artista doveva sottostare ai voleri del committente che chiedeva l'opera. Di solito quindi era quest'ultimo a decidere quasi anche nei dettagli cosa dipingere o scolpire. Al committente spettava anche la scelta dei vari materiali da usare per l'opera, oltre i colori. Dell'opera finita si apprezzava quasi sempre per primo i vari materiali o i tessuti oltre che i colori, e soltanto dopo ma non sempre anche la bravura ed il talento dell'artista.

lunedì 18 maggio 2020

Filippo Lippi il frate pittore tra i grandi del Rinascimento


Anche Filippo Lippi per vocazione prende i voti religiosi e si fa frate diventando quindi per tutti il frate pittore così come aveva fatto un altro suo collega artista e suo contemporaneo. Sto parlando di Guido o Guidolino di Pietro, nome all'anagrafe di colui che divenne celebre nella storia dell'arte col famoso nomignolo di Beato Angelico. Questo avviene per i due pittori nella bellissima città di Firenze all'inizio del Quattrocento, cioè durante un periodo storico molto ricco di cambiamenti e di rivoluzioni per l'uomo soprattutto nel campo della cultura e dell'arte che stava pian piano nascendo e che verrà conosciuto col nome di Rinascimento fiorentino.


Filippo Lippi Madonna con bambino e due angeli


Filippo Lippi insieme al Beato Angelico e a Domenico Veneziano vengono considerati la prima vera generazione di grandi pittori fiorentini venuta subito dopo il grande Maestro Masaccio, ossia colui che ha svolto un ruolo decisivo nella storia dell'arte e della pittura portando cambiamenti sia nelle tecniche che nelle idee spesso rivoluzionarie attraverso il nuovo uso della prospettiva e della resa espressiva delle opere. Inoltre Masaccio diede una elevata e centrale importanza anche alla dignità dell'uomo che veniva raffigurato nelle sue opere.


Filippo Lippi Autoritratto nel part


Qui in alto vediamo un Autoritratto di Fra Filippo Lippi nell'immagine che ritrae un piccolo dettaglio dell'opera intitolata Incoronazione della Vergine datata intorno al 1441-1447 e collocata presso il Museo degli Uffizi di Firenze.
Il pittore Filippo figlio di Tommaso Lippi nasce nella città di Firenze intorno all'anno 1406. Già sin da bambino Filippo Lippi purtroppo avrà a che fare con dei brutti momenti di vita. Infatti ha dovuto vivere alcuni brutti drammi dovuti ad alcuni lutti in famiglia per lui molto importanti. Infatti il giovane Filippo rimane orfano dei genitori quando ancora era in tenera età. Nei primi anni cresce in qualche modo con le cure e l'amore di una sua parente che gli esperti biografi affermano essere una sua zia. Quando compie otto anni il bambino viene affidato nelle mani dei Carmelitani, alcuni religiosi che vivono presso il vicino Convento del Carmine. In questo Convento Filippo Lippi inizia a crescere vivendo una vita molto serena e umile. Gli piace molto lo studio in generale ma soprattutto Filippo Lippi già da piccolo ha una grande passione che fa vedere a tutti i frati e al suo Priore che intanto si affeziona molto a lui al punto che lo aiuterà molto, quasi come fosse un padre. La passione che nutre con amore Filippo è quella verso l'arte in genere e verso la pittura in particolare, questa unita a un grande talento artistico che al giovane viene molto spontaneo. La semplice e quasi monotona vita vissuta da Filippo Lippi all'interno dell'edificio religioso lo portano in modo quasi naturale nel 1421 quando ha circa 15 anni a prendere i voti religiosi nell'ordine dei Carmelitani. Gli studiosi affermano che questa svolta di Filippo Lippi di prendere i voti e farsi frate sembra che sia dovuta soprattutto ad una sorta di consuetudine acquisita nel tempo. Cioè una ovvia continuazione della vita vissuta sino ad allora nel Convento. Dico questo soltanto per far capire ai lettori che vi è una certa differenza col pittore Beato Angelico che questa vocazione, questa diciamo chiamata Divina l'aveva sentita realmente nel profondo dell'anima. Da alcuni documenti storici trovati nel Convento del Carmine si sa anche che dal 1430 in poi frate Filippo Lippi viene riconosciuto e considerato da tutti anche con la qualifica di “Dipintore” che tradotto significa appunto pittore.


Filippo Lippi opera Madonna del trivulzio


In questo antico luogo religioso di Firenze che oggi dopo tante modifiche e cambiamenti è diventata La bellissima Basilica di Santa Maria del Carmine, Filippo Lippi ha sicuramente modo di studiare e imparare molto. Andrà anche ad ammirare i bellissimi capolavori degli affreschi della Cappella Brancacci realizzati dal grande maestro Masaccio e da Masolino da Panicale che sono considerate come i primi capolavori della pittura rinascimentale, capaci di influenzare con quella potenza espressiva e l'innovativa pittura la mente del Lippi e di chi li osserva ancora oggi.

venerdì 15 maggio 2020

Il Beato Angelico il pittore del Quattrocento

Il Beato Angelico per l’Arte dei Linaioli.
Immaginiamoci la scena in quell'epoca, magari con una bella giornata di sole. Siamo nella prima metà del Quattrocento e l’arte dei Linaioli, ossia una delle corporazioni di mercanti più in vista a Firenze decide di far dipingere per la propria sede un tabernacolo per onorare la Nostra Madonna.


Beato Angelico part dell'opera Madonna dei Linaioli


In quel periodo vi erano molti bravi pittori che si erano messi in luce per il loro talento che avevano mostrato attraverso dei lavori artistici. Sembra però che molti di questi pittori parlavano e ostentavano anche un qualcosa in più. Si parlava infatti di qualcosa di nuovo, di un arte troppo rivoluzionaria e visto le molte richieste che avevano ricevuto esigevano dei compensi molto alti per i committenti del tabernacolo. Effettivamente quegli anni sono molto importanti, parliamo del periodo d'oro per la storia dell'arte con l'inizio del Rinascimento appunto che riuscì a cambiare l'intero universo dell'arte con le nuove idee e le nuove tecniche portate da coloro che oggi conosciamo come i più grandi maestri della pittura, della scultura e anche dell'architettura rinascimentale. Occorreva quindi da parte dei committenti trovare un artista come potremmo dire oggi più alla mano e senza troppe pretese di natura economica. In fondo pensandoci bene si trattava solo di una piccola opera dipinta, destinata alla devozione dei fedeli e basta da farsi si con tutte le regole e tradizioni ma senza avere tante pretese o novità. Finalmente fu trovato il pittore adatto, un artista quasi sconosciuto e per di più era anche un religioso, era un frate. L’Arte dei Linaioli lo incaricò quindi di dipingere l'opera, e queste pensate sono le parole dell'epoca trovate nei documenti storici che testimoniano il fatto: uno tabernacolo di Nostra Donna dipinto di dentro e di fuori con i colori oro et azzurro et arieto de’ migliori et più fini che si truovino, ecc. Tradotto più semplicemente l'artista doveva realizzare un opera con colori Oro, azzurro e argento dei più fini. Ecco che cosa gli assennati mercanti intendevano avere in cambio del loro denaro speso. L’accordo fu annotato nel loro registro ed esiste ancora oggi come una preziosa testimonianza. Vi era annotato anche il compenso pattuito del pittore: Per tutto et per sua fatica et manifattura centonovanta fiorini d’oro. E aggiungeva: o quello che parrà alla sua coscientia. Questo sperando in uno sconto che poteva fare il pittore stesso. Se pensiamo comunque che in quegli anni tutti gli artisti erano visti come dei semplici lavoratori, dei comuni artigiani al pari per esempio di un falegname o di un manovale edile. Soltanto col Rinascimento si iniziò ad apprezzare ed a riconoscere veramente gli artisti per quello che creavano. Ognuno col proprio stile e le proprie idee che venivano dopo riconosciute e quindi anche rivalutate.


Beato Angelico opera La presentazione al Tempio


Questo pittore sicuramente accontentò i suoi committenti in quanto egli dipingeva quasi sempre per sua passione, senza percepire nessun compenso, o al massimo lo dava a favore del convento dove viveva. Questo accordo è datato 1433 e i mercanti non sapevano ancora di aver commissionato il loro lavoro a questo pittore allora “sconosciuto” che poi si scoprirà essere Frate Giovanni da Fiesole, passato alla storia dell’arte col nome di Beato Angelico uno dei più grandi Maestri della pittura del Quattrocento, e il quadro che l'Angelico dipinse per la corporazione fiorentina è il famoso Trittico conosciuto come la Madonna dei Linaioli. Su in alto vediamo un particolare della Madonna del Linaioli di Firenze.
Il pittore Beato Angelico nasce a Vicchio nel Mugello intorno al 1387-1388, secondo la tradizione accettata e scritta da Giorgio Vasari, celebre artista vissuto nel Cinquecento che scrisse anche le prime biografie su tanti celebri maestri dell'arte. Muore il 18 Febbraio del 1455 all'età di 68 anni mentre era residente nella città di Roma. Il nome all'anagrafe del Beato Angelico sembra essere stato Guido, o Guidolino di Pietro. Nel momento in cui il pittore prese i voti religiosi diventando un frate volle essere chiamato Fra Giovanni da Fiesole. Il suo terzo nome, quello che tutti noi conosciamo bene ossia il Beato Angelico, ci viene dato dalla leggenda nel senso che le persone e gli amici che lo conoscevano ammettevano che prima di essere un uomo e un pittore egli era per i suoi modi e le sue parole soprattutto un Santo.

mercoledì 13 maggio 2020

Domenico Ghirlandaio un maestro del Rinascimento tra origini e opere


L'artista conosciuto come Domenico Ghirlandaio nasce nella città di Firenze nell'anno 1449, muore sempre a Firenze l'11 Gennaio 1494. Egli fu per l'arte dell'epoca considerato come un grande maestro e un grande pittore italiano nella sua città d'origine che amava molto, al punto tale che quasi tutta la sua carriera artistica tranne qualche eccezione la visse proprio a Firenze. Sotto vedete un autoritratto del Ghirlandaio nel particolare dell'Adorazione dei Magi. Un clic sulle immagini per ingrandirle.


Adorazione dei Magi part di Domenico Ghirlandaio


Il Ghirlandaio è ritenuto uno dei massimi protagonisti del Rinascimento italiano e fu contemporaneo di altri grandissimi artisti come Sandro Botticelli o Filippino Lippi solo per fare qualche nome, in quell'epoca conosciuta come il periodo d'oro per l'arte italiana e nella bella città di Firenze in cui governavano la potente famiglia De Medici e con Lorenzo detto il Magnifico a capo di tutto. Molte delle testimonianze sul pittore Domenico Ghirlandaio ci sono arrivate grazie a Giorgio Vasari che come sappiamo oltre ad essere un artista è stato anche un famoso biografo di molti artisti delle epoche passate. Tra queste forse la biografia di Leonardo da Vinci è quella più famosa del Vasari.

Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio nasce primo di cinque figli dell'orafo Tommaso di Currado che di professione faceva il gioielliere con tanto di bottega in via dell'Ariento ossia la via dell'Argento, una strada chiamata così per via dei numerosi gioiellieri che vi erano. Il soprannome di Domenico, cioè il “Ghirlandaio” con il quale divenne celebre come artista gli è stato attribuito proprio perché il giovane ebbe un grande successo lavorando nella bottega del padre orafo quando soprattutto cesellava delle piccole ghirlande d'argento che poi venivano portate in testa come ornamento delle acconciature di tante giovani damigelle fiorentine.
Nella bottega però il Ghirlandaio lavorava controvoglia e alla fine il padre capì che non poteva lasciare l'eredità lavorativa di orafo al suo primogenito. Da buon genitore che era infatti concesse a Domenico di dedicarsi totalmente a ciò che lo appassionava di più, cioè all'apprendimento delle tecniche artistiche in particolare a quelle della pittura e del mosaico che erano una vera passione per il pittore. All'inizio il Ghirlandaio fu mandato presso la bottega d'arte di un maestro toscano, tale Alessio Baldovinetti un artista che è stato rivalutato molto negli ultimi decenni come un raffinato interprete del retaggio fiorentino con delle influenze fiamminghe. Da questo suo primo maestro della pittura il Ghirlandaio eredita quel cromatismo luminoso che risale a Domenico Veneziano. Inoltre alla formazione di Domenico contribuiranno anche i pittori il Pollaiolo e il Verrocchio. Infatti è probabile che Domenico Ghirlandaio frequentò anche la celebre bottega dell'arte del maestro Verrocchio che era una delle più importanti ed attive nella città di Firenze in quegli anni. Pensate infatti che meraviglia per noi appassionati di arte se potessimo andare a vedere con una “macchina del tempo” cosa succedeva in questa bottega del Verrocchio. Avremmo visto che si andava formando una nuova generazione di nuovi artisti. Sono tutti artisti che con il proprio talento, il loro stile e la loro arte daranno un grande impulso alla storia e alla cultura italiana. Artisti del calibro di Botticelli, il Perugino o Leonardo da Vinci tanto per citare qualche nome.
I primi lavori di Domenico Ghirlandaio.
Nel 1472 Domenico Ghirlandaio si iscrisse alla Compagnia di San Luca dei pittori certificando il termine del suo apprendistato.


Domenico Ghirlandaio opera part Santa Barbara


I suoi primi lavori indipendenti sono in alcune chiese di campagna dell'entroterra fiorentino. Tra questi una delle prime opere note del Ghirlandaio è un affresco nella località pieve di Cercina conosciuto come il Santi Girolamo, Barbara e Antonio Abate che è databile al 1471-1472 circa e di cui vediamo un particolare di Santa Barbara nella immagine in alto. Si tratta delle decorazione della fascia mediana di una nicchia semicircolare, in cui il pittore dipinse una finta architettura con nicchie marmoree divise da pilastri poggianti su una cornice modanata sopra alcune specchiature in finto marmo. Nelle nicchie si trovano i santi Girolamo, Barbara e Antonio Abate caratterizzati da una linea di contorno sottile e fluida e una colorazione vivace e armonica derivata dall'esempio di Domenico Veneziano. Nel San Girolamo soprattutto balenano ricordi dell'attenzione anatomica e della forza plastica di Andrea del Castagno sebbene l'insieme risulti morbido e con un movimento appena accennato, privo di drammaticità. Interessante è poi la ricerca illusionistica di alcuni dettagli che "escono" dalle nicchie, come i piedi sporgenti o le mani dell'uomo sotto santa Barbara che gettano una realistica ombra sui gradini.


Domenico Ghirlandaio opera Madonna della misericordia


Subito dopo il Ghirlandaio entrò nei favori della ricca famiglia dei Vespucci che erano alleati dei Medici e dipinse per loro una Madonna della Misericordia che vediamo qui sopra e una Pietà nella loro cappella nella chiesa di Ognissanti a Firenze. La cappella, una nicchia nella navata unica fortemente alterata dai rimaneggiamenti successivi era stata costruita nel 1472 e gli affreschi furono dipinti in una data immediatamente successiva, entro il 1475 quando il maestro era dedito ad altre opere. Nel gruppo di personaggi protetti sotto il manto della Vergine si trova anche il giovane Amerigo Vespucci, il celebre navigatore. In queste opere la personalità artistica di Domenico il Ghirlandaio appare già ben definita, soprattutto riguardo alla sua vivace descrizione dei tratti fisiognomici, indagati con fedeltà che rendono così diversi i personaggi l'uno dall'altro. A quegli stessi anni risale anche il Battesimo di Cristo e Madonna col Bambino in trono tra i santi Sebastiano e Giuliano, un affresco nella chiesa di Sant'Andrea a Brozzi nei pressi di Firenze.


Domenico Ghirlandaio opera San Girolamo nello studio


Il San Girolamo nello studio.
Tornato a Firenze, entro il 1480 sposò in prime nozze Costanza di Bartolomeo Nucci dalla quale nel 1483 ebbe il figlio Ridolfo, pure lui apprezzato pittore nella prima metà del Cinquecento. In tutto si sposò due volte, la seconda con Antonia di ser Paolo Paoli in data imprecisata ed ebbe in tutto ben nove figli.
Il Ghirlandaio venne incaricato dalla famiglia Vespucci di dipingere anche un San Girolamo nello studio ad affresco che facesse pendant con il Sant'Agostino del Botticelli in genere ritenuto opera leggermente anteriore (1480 circa), lo vediamo nell'immagine. Il Ghirlandaio nell'opera creò una figura serena e convenzionale, rendendo protagonista più che il santo le nature morte degli oggetti, che sono ordinatamente esposti sullo scrittoio e sulle mensole. Domenico si ispirò probabilmente a dei modelli nordici come forse il San Girolamo nello studio di Jan van Eyck che all'epoca si trovava forse nelle raccolte di Lorenzo il Magnifico.


Domenico Ghirlandaio opera Vecchio con nipote


A Domenico Ghirlandaio gli furono commissionati importanti lavori anche a Roma presso il Vaticano e nella famosa Cappella Sistina da Papa Sisto IV dove si recò insieme ad un gruppo di artisti. Dopo al suo ritorno a Firenze fu letteralmente sommerso da molte altre proposte di lavoro. Era ormai diventato un grande artista riconosciuto da tutti e lavorò sino alla sua morte avvenuta nell'anno 1494, quando aveva soltanto 45 anni. tra le ultime opere del Ghirlandaio troviamo anche il Vecchio con nipote, un meraviglioso ritratto molto realistico che oggi possiamo ammirare al Museo del Louvre a Parigi. Quest'opera davvero bellissima la vediamo nell'immagine qui sopra.


lunedì 27 aprile 2020

Antonio Canova eccelso scultore italiano

Antonio Canova il grande artista italiano.

I primi anni e la giovinezza di Antonio Canova.
Il grande artista Antonio Canova nacque nel piccolo paesino di Possagno nella provincia di Treviso il 1 Novembre del 1757, morì a Venezia il 13 Ottobre del 1822 all'età di circa 65 anni. Qui sotto vediamo un autoritratto del Canova, cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Antonio Canova artista italiano


Sin da piccolo Antonio Canova rimase affascinato dall’arte e soprattutto dalla scultura forse anche vedendo il lavoro che faceva il padre ovvero lo scalpellino e intagliatore di pietre. Padre che purtroppo morì molto presto lasciandolo quindi orfano quando ancora Antonio era piccolo. Per questo motivo la madre Angela Zardo risposandosi lo volle affidare alle cure dei propri Nonni. Anche il nonno di Antonio che si chiamava Pasino era come il padre un grande lavoratore e faceva lo scalpellino. Ma in più era anche un discreto scultore di fama locale. Pasino Canova spesso portava con se quando realizzava i suoi lavori artistici il nipotino Antonio facendogli così crescere una bella passione per la scultura. Il nonno spesso faceva dei lavoretti nella grande villa del Senatore veneziano Giovanni Falier e fu proprio il Falier che in qualche modo divenne il primo Mecenate del piccolo Canova, intuendo anche l'immenso talento che aveva l'Antonio o il Tonin come veniva chiamato simpaticamente dai suoi conoscenti e dagli amici nel dialetto veneziano.
Alcune testimonianze ci parlano per esempio di un famoso episodio successo ad Antonio. Infatti il piccolo Canova durante una cena con tante personalità importanti si mise velocemente a scolpire su un panetto di burro, riuscendo già con maestria e abilità a raffigurare un leone dalle forme perfette. Il padrone di casa, che era il Senatore Falier rimase talmente meravigliato e intuendo il grande talento del piccolo artista si interessò personalmente dello studio e della formazione nel campo dell'arte.

Antonio Canova Amore e Psiche


Quando aveva soltanto 11 anni Antonio fu mandato a lavorare e a conoscere le basi e le tecniche presso lo studio di scultura dell’artista Giuseppe Bernardi, detto il Torretto, il quale aveva una bottega a Pagnano d’Asolo vicino a Possagno. Tramite questi maestri “Torretti” Antonio conobbe il mondo artistico veneziano con le influenze del Rococò ma anche i suoi fermenti artistici e tutte le novità che in quel tempo iniziavano a nascere. A Venezia ebbe poi modo di frequentare anche la Scuola di nudo dell’Accademia locale dove imparò e approfondì lo studio del disegno che per il suo futuro lavoro di scultore sarà sempre molto importante. Canova andava spesso anche ad ammirare i calchi di gesso presso la Galleria dell’artista Filippo Farsetti, osservando con attenzione e facendone sempre grande tesoro.
Ma con il suo carattere curioso, sempre alla ricerca di nuovi stimoli lo portarono ad aprire una sua personale bottega d’arte nell’anno 1775 quando era appena diciottenne. Qui iniziò pian piano a farsi conoscere sempre di più come artista prima a Venezia, poi nel resto del Veneto e quindi via via in tutta l’Europa. Iniziando a innamorarsi e a ispirarsi alle regole e alla bellezza dell’Arte classica, quella dell’antica Grecia e per intenderci dei Grandi Maestri come Fidia, Policleto, Prassitele e tanti altri artisti.
Alla fine del 1779 il Canova si trasferì presso la città di Roma dove continuò a lavorare e a conoscere molti artisti Neoclassici che rafforzarono le sue idee sul Neoclassicismo portandolo ormai come era giusto ad un grande successo come Maestro nella scultura che venne riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

Antonio Canova part di Amore e Psiche

Antonio Canova e le influenze dell’Arte dell'antica Greca e di Roma.
Antonio Canova ebbe il grande merito artistico più di qualsiasi altro scultore di far rivivere nelle sue opere l’antica bellezza delle statue greche ma soprattutto la grazia non più intesa come epidermica sensualità Rococò ma come una qualità che solo attraverso il controllo della ragione può trasformare gli aspetti leggiadri e sottilmente sensuali in un’idealità che solo l’artista può rappresentare evitando le violente passioni e i gesti esasperati.
Abbiamo detto che Antonio Canova nella seconda metà del XVIII secolo viveva nella città di Roma e faceva parte di un folto gruppo di artisti progressisti che si erano trasferiti nella città per toccare con mano e farsi influenzare dall'arte classica. Era anche il periodo del Grand Tour artistico di cui Roma era una meta obbligata per vedere le bellezze culturali e artistiche dell'Europa. Tra i vari artisti del gruppo di Antonio Canova spiccavano anche oltre a lui gli architetti Robert, James Adam, i pittori Jacques Louis David e Joshua Reynolds e gli scultori John Flaxman e Bertel Thorvaldsen. A Roma il Canova nel 1782 scolpì l'opera intitolata Teseo sul Minotauro. In quest'opera che vediamo nell'immagine sotto il Canova volle farla a grandezza naturale. la scelta dell'artista è quella di rappresentare il mitico re di Atene, Teseo in un momento di quiete e subito dopo l'azione della grande battaglia in cui il re stesso uccise il mostro conosciuto come il Minotauro. Nell'opera vediamo come il Canova rende il corpo di Teseo in modo idealizzato e non naturalistico, enfatizzando le caratteristiche principali. Anche se il Canova era affascinato e ispirato dalle opere classiche mitologiche, non si limito mai a imitare le sculture antiche ma cercò nelle sue opere di reinterpretare il passato classico per adeguarlo alle problematiche ed alle tematiche del suo tempo.


Antonio Canova Le tre Grazie


Sopra potete vedere sia un particolare che l'opera completa intitolata Amore e Psiche. Vediamo come il Canova con il suo grande genio riesce quasi ad incorniciare e a fermare il tempo portando lo sguardo dello spettatore verso il punto più importante dell’opera. Le braccia di Psiche diventano infatti una sorta di “cornice” al momento magico ricco di tensione sensuale che è l’attimo prima del bacio. Bello e straordinario davvero questo capolavoro del Canova.

martedì 20 novembre 2018

Sandro Botticelli pittore del Rinascimento




Sandro Botticelli il pittore italiano del Rinascimento.

In questo breve articolo parleremo di uno tra i più grandi pittori italiani che con la sua meravigliosa ed espressiva arte è riuscito a illuminare il Rinascimento italiano.
Questo grande artista che all'anagrafe faceva Alessandro Filipepi è da sempre conosciuto e amato per la storia dell'arte col nome di Sandro Botticelli. Qui sotto vediamo una delle sue più celebri opere La nascita di Venere realizzata intorno al 1482 1485 circa. cliccate per ingrandire le immagini.

Sandro Botticelli La nascita di Venere

Sandro Botticelli nasce nel 1445 a Firenze, all'epoca una vitale e meravigliosa città amata per l'arte e gli artisti che vi risiedevano. Ultimo di quattro figli di quella che era considerata una famiglia abbastanza modesta e normale. Il padre Mariano di Vanni Filipepi era colui che mandava avanti il tutto attraverso il proprio lavoro e tanta fatica in una conceria di pellame che al tempo erano molto frequenti. Sul curioso nomignolo dato a Sandro vi sono tante ipotesi tra cui dato da un compagno di scuola oppure dal fratello Giovanni in quanto grasso come una botticella per liquidi. Un altra ipotesi è quella sul termine fiorentino usatto in quel tempo riguardo a chi praticava il mestiere di doratore cioè il "baticello".

Uomo con medaglia Sandro Botticelli

Il padre di Sandro da alcuni documenti catastali ritrovati affermava che il suo giovane figlio era sempre intento a leggere e a studiare sui libri. Forse in quei primi anni Sandro inizia ad assaporare oltre alla letteratura anche l’aria artistica che sicuramente troverà quando nel 1464 appena diciannovenne entra in una delle tante botteghe dell’arte fiorentina a far parte degli allievi di un grandissimo pittore e maestro italiano del tempo, fra Filippo Lippi. In questa importante bottega artistica dove rimarrà ad apprendere e lavorare per alcuni anni Sandro Botticelli viene a contatto con l’importante e nuova pittura, la tecnica e la grande influenza del maestro Lippi e questa influenza artistica si può riscontrare quando ammiriamo alcune delle sue prime celebri opere quasi tutte aventi tema religioso e biblico come La Madonna del roseto che oggi è collocata presso il Museo del Louvre di Parigi o ancora due opere che troviamo presso la nostra splendida Galleria degli Uffizi di Firenze, ossia La fortezza e Il ritorno di Giuditta. Dopo questi anni di apprendistato e prima di aprire una sua personale bottega d’arte nel 1470 sembra che il giovane Botticelli abbia frequentato un altra importante luogo di apprendistato dell’arte sempre nella città di Firenze. Qesta bottega è quella del pittore e scultore conosciuto col nome di Andrea del Verrocchio. In questa importante bottega artistica nella seconda metà del Quattrocento la storia dell’arte italiana ci racconta alcune bellissime pagine e annedoti. Infatti qui il Botticelli incontra tra gli altri alcuni che diventeranno dei grandissimi artisti, per esempio anche un giovanissimo allievo del Verrocchio appena 15-16 enne che di nome faceva nientemeno che Leonardo da Vinci e che sembra avere già delle sue idee molto chiare sulla pittura e sull’arte nonostante la sua giovanissima età. Celebri e anche documentati sono i litigi tra l’allievo Leonardo e il suo bravo maestro il Verrocchio. Il modo di concepire e di intendere l’arte e la pittura però era diversa, quasi agli estremi anche tra Leonardo e il Botticelli. Il piccolo Leonardo Da Vinci che cerca, sperimenta e indaga la natura e qualunque avvenimento. Lui vede l’arte come uno strumento o un mezzo per poter andare a fondo e conoscere meglio le cause naturali che lo circondano, scandagliando vari temi ed eventi come per esempio il motivo che fa scatenare le tempeste oppure le onde del mare sino a cercare di vedere e indagare anche nel più profondo animo umano. Sandro Botticelli invece è portato più verso lo studio e il pensiero espresso nella letteratura. È amico di grandi scrittori e letterati e sin da giovanissimo viene ammesso nella stupenda e preziosa per molti giovani artisti che volevano farsi strada, Corte dei Medici a respirare aria e discorsi detti da Pico della Mirandola o da Marsilio Ficino su antichi testi filosofici Neoplatonici per esempio. In questo ricco e affascinante mondo di Corte, pieno di personaggi come poeti, artisti e letterati che lo affascinano con i loro discorsi Sandro Botticelli impara, assimila idee e concetti che lo porteranno man mano ad allontanarsi dalla realtà storica e naturale. Nelle sue future opere pittoriche le figure inizieranno a perdere peso e corpo a favore del ritmo e dei movimenti compositivi ed espressivi dati alla linea. Nel 1472 il Botticelli si iscrive presso La Compagnia degli artisti di San Luca e inizia a lavorare con la sua arte avendo moltissime commissioni anche importanti per la realizzazione di opere, grazie anche al supporto della famiglia Dei Medici. La sua produzione artistica in questi anni e in quelli futuri si fa numerosa e si arricchisce soprattutto delle opere e dei dipinti più belli e celebri che noi conosciamo. Botticelli realizza anche molti ritratti sia frontali che ripresi con il modello di profilo. Per esempio è del 1474 L’uomo con la medaglia che vediamo sopra che troviamo presso gli Uffizi. E ancora le meravigliose Allegorie della Primavera, dipinta intorno al 1477-78 per arredare una villa di un cugino di Lorenzo il Magnifico e La nascita di Venere dipinta dall’artista quattro anni più tardi. Qui sotto vediamo la Primavera.

La primavera del Botticelli


Queste due Allegorie sono considerate tra le più celebri opere in assoluto del Botticelli impostate su dei temi classici della dottrina neoplatonica. Le commissioni per i suoi lavori lo porteranno anche a viaggiare come per esempio quando arriva a Roma nel 1481 chiamato dal Papa Sisto IV per affrescare la Cappella Sistina insieme ad altri mostri sacri dell’arte del tempo come il Ghirlandaio, il Perugino e a Cosimo Rosselli solo per fare qualche celebre nome. Qui Sandro dipinge monumentali scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento come Le prove di Mose o Le prove di Cristo che per le dimensioni, la necessità di attenersi a dati e avvenimenti storici precisi impacciano non poco con le idee artistiche del grande artista. Al suo ritorno da Roma Sandro riprende a fare la pittura come più ama. Alcuni di queste opere realizzate alla fine degli anni Ottanta sono Pallade e il Centauro degli Uffizi, alcuni Affreschi per la villa Tornabuoni Lemmi che oggi troviamo al Louvre o La pala di San Barnaba agli Uffizi.

Verso la fine del secolo Quattrocento il Botticelli illustra anche La Divina Commedia in 93 pergamene. Il grande scrittore e poeta italiano Dante Alighieri lo ha sempre interessato e affascinato sin da giovane. Ma proprio a fine secolo l’artista entra in una sorta di crisi spirituale molto patita e violenta, maturata soprattutto nell’ascoltare le forti prediche e i severi discorsi fatti dal celebre frate Savonarola che fu giustiziato poi per queste idee nel 1498 che richiamava i fedeli, la società e la Chiesa stessa ad un nuovo e vero rinnovamento morale capace di cambiare in positivo la gente che ormai viveva senza i veri valori umani. Le dure parole del frate ebbero una forte presa anche sul Botticelli che ben presto si appartò, isolandosi dalle persone e dagli amici stessi e dedicandosi soltanto per la sua amata arte e alle sue opere finali. Nei suoi ultimi lavori pittorici si percepisce questo particolare sconforto e questa quasi delusione vitale degli uomini. Stupende opere come per esempio La Natività mistica, La calunnia o La crocifissione simbolica sembrano protestare e rifiutare i valori stilistici e le interpretazioni di altri artisti come Leonardo, Michelangelo o Raffaello.
Nel 1510 in piena solitudine il grande maestro Sandro Botticelli si spegne quando aveva 65 anni ma da subito entra nel grande “Palazzo” del cielo che raccoglie i più grandi artisti di tutti i tempi. Lascia al mondo intero un vero tesoro di opere pittoriche che farà scuola nel tempo e che sarà ammirato e studiato da tantissimi esperti e semplici appassionati dell’arte.
Trovate altri articoli sul blog che parlano delle opere di Sandro Botticelli.

venerdì 15 dicembre 2017

Giorgione artista della pittura tonale



Giorgio da Castelfranco detto anche Zorzi come in molti lo chiamavano all'epoca nel dialetto veneto è stato uno dei grandi maestri della pittura italiana vissuto tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. Tutti noi però lo ammiriamo e lo conosciamo soprattutto col suo celebre nomignolo ovvero quello di Giorgione il maestro della pittura tonale nel Rinascimento.


Giorgione autoritratto come David



Giorgione è nato a Castelfranco Veneto all'incirca tra il 1477 e il 1478 e anche se ha vissuto una vita molto breve ma sicuramente intensa, morirà infatti di peste a soli 32 anni circa nel 1510 ci ha lasciato dei meravigliosi capolavori e delle opere di pittura che influenzeranno in futuro numerosi artisti diventati celebri come per esempio il Tiziano. Il Giorgione partendo da alcune idee e da qualche nuova intuizioni di altri artisti come il Giambellino e il Carpaccio e ammirando di questi anche alcune opere arriverà a sviluppare una sua personale “maniera” di creare arte attraverso la pittura. A questo nuovo stile pittorico gli esperti daranno il nome di pittura tonale. Prende il nome di pittura tonale perché il Giorgione intuisce che attraverso i colori a olio usati con maestria insieme ai loro molteplici toni si poteva trasmettere un nuovo modo espressivo nelle opere del tutto autonomo. Un arte espressa dal Giorgione attraverso una sottilissima modulazione nei rapporti luminosi e cromatici e di quelli tra figure e elementi del paesaggio che riescono a trasmettere dei significati profondi, indicando magari il mutevole equilibrio che esiste tra l'uomo e la natura.

Il grande biografo degli artisti Giorgio Vasari scriveva del Giorgione “...venuto poi l'anno 1507, Giorgione cominciò a dare alle sue opere più morbidezza e maggiore rilievo... senza far disegno, tenendo per fermo che il dipingere solo con i colori stessi... fusse il vero e miglior modo si fare il vero disegno. E ancora Marco Boschini scrive del Giorgione nel libro Le ricche miniere della pittura veneziana del 1664, “nel colorito trovò quell'impasto di pennello così morbido che nel tempo addietro non fu; e bisogna confessare che quelle sue pennellate sono tanta carne mista col sangue”. Questa pittura a macchie intrisa di tinte crude e dolci gli permise di sfumare i contorni e di rendere più veritiera la rappresentazione della natura con i suoi elementi. Qui sotto vediamo uno dei suoi celebri capolavori conosciuto come I tre filosofi di Giorgione.


Giorgione opera I tre filosofi



Per questo il Giorgione è giustamente oggi considerato il capostipite della Scuola veneziana senza nulla togliere agli altri grandi capolavori e artisti venuti poco prima che ancora avevano qualche influenza dell'arte Bizantina o Gotica.

Non sono molte le opere del Giorgione arrivate sino a noi. Infatti si pensa che siano circa una dozzina fino ad ora quelle conosciute dagli esperti eppure queste opere sono sufficienti a testimoniare quanto fosse grande il genio e il talento di questo artista che riuscì a rivoluzionare il mondo della pittura durante il Rinascimento italiano. Giorgione si formò presso la bottega del maestro Giovanni Bellini e forse anche in quella del Carpaccio. Da li in poi iniziò a maturare l'idea di dare forza ai colori, di variare i vari toni per usarli come mezzo espressivo. Il colore nelle sue opere non svolge più soltanto una semplice funzione simbolica o decorativa. Il suo colore partecipa alla costruzione dell'immagine e delle scene da lui pensate. Quasi tutti i dipinti conosciuti del Giorgione risalgono al periodo che va dagli anni 1503 e sino alla sua morte nel 1510. le prime opere come La Giuditta o la Pala di Castelfranco riflettono un Giorgione alle prese con i primi esperimenti, alla ricerca di qualcosa di nuovo ma è soltanto dal 1506 in poi che troviamo i suoi più grandi capolavori della pittura che ancora oggi non sono stati del tutto decifrati dagli esperti di arte lasciandoci un alone di mistero intorno a loro. Tra questi abbiamo la celeberrima Tempesta che vediamo sotto, I tre filosofi che vediamo sopra o la meravigliosa Venere. Abbiamo anche un famoso autoritratto realizzato intorno al 1507 che si ritrae come fosse il David che vediamo su in alto.

Il celebre capolavoro La tempesta del Giorgione tra cenni di storia e ipotesi.


La tempesta opera di Giorgione



L’opera intitolata La tempesta è sicuramente uno dei simboli del “mistero Giorgione” di cui dicevano sopra. Questo dipinto è stato realizzato con la tecnica dei colori ad olio stesi magistralmente su una tela di dimensioni di 82 per 73 centimetri circa. Anche la datazione non è certa, si pensa comunque che sia stata realizzata nel periodo che va dal 1505 al 1508, quindi comunque negli ultimi anni di vita dell’artista. L’opera è conservata presso le Gallerie dell’Accademia nella bellissima città di Venezia dove chiunque può andare ad ammirarla.

Le ipotesi sulla lettura e sulle vere interpretazioni del dipinto della tempesta sono numerosi e ancora si dibatte molto su questo. Non si sa esattamente cosa il Giorgione volesse trasmetterci attraverso quest'opera. Si pensa quasi certamente che l'artista abbia voluto omaggiare con la sua arte il grande rispetto che aveva verso la Natura con tutta la sua magia, ma portatrice anche di una forza immensa che a volte ha un potere distruttivo, quindi anche drammatico.

Nel 1530 La tempesta viene citata da un certo Marcantonio Michiel, un noto collezionista d’arte dell’epoca che sembra la vide a casa di un tale Gabriel Vendramin che gli esperti indicano come colui che volle realizzato il quadro. Il Michiel scrive infatti di un quadro in tela raffigurante un piccolo paese durante una tempesta e con una “cigana” cioè una zingara dal dialetto veneto e un soldato. Scrive che fu realizzato per mano del “zorzi” de Castelfranco. Fu poi anche descritta dal celebre e storico biografo degli artisti cioè il Vasari.

Guardando La tempesta possiamo vedere in primo piano una donna sulla destra seduta che sembra allattare un bambino. La donna è quasi nuda ed è seduta sembra sul suo vestito con indosso una sorta di mantellina. Molti la indicano appunto come “la cigana” cioè una misera zingara. Nella parte sinistra del quadro sempre in primo piano vediamo un sorta di soldato vestito come un Lanzichenecco che tiene una lancia che sembra fare la guardia a qualcosa o a qualcuno. Tra i due personaggi sembra che non ci sia intesa o almeno non vi è un dialogo visivo. Alle spalle del soldato vi sono delle antiche rovine. Sullo sfondo si vede un fiume attraversato da un ponte che unisce le sponde di una cittadina mentre sulla tettoia di una casa si vede un uccello bianco. Il cielo con le sue nuvole grigie fa presagire la tempesta che sta per abbattersi sulla città. Un fulmine sembra annunciare l’arrivo della stessa.

Alcuni spunti tratti dal sito Wikipedia.

Da un punto di vista stilistico in quest’opera Giorgione rinunciò alla minuzia descrittiva dei primi dipinti come la Prova di Mosè o il Giudizio di Salomone che si trovano agli Uffizi, per arrivare a un impasto cromatico più ricco e sfumato, memore della prospettiva aerea leonardiana (verosimilmente mutuata dalle opere dei leonardeschi a Venezia) ma anche delle suggestioni nordiche della scuola danubiana. La straordinaria tessitura luminosa è leggibile ad esempio nella paziente tessitura del fogliame degli alberi e del loro contrasto con lo sfondo scuro delle nubi.

Alcune ipotesi interpretative.

Numerose sono le ipotesi che si sono fatte sul significato della Tempesta di Giorgione. Da episodi biblici come il ritrovamento di Mosè a quelli mitologici come Giove ed Io o ancora a quelli allegorici, per esempio Fortuna, Fortezza e Carità.

Le possibili interpretazioni sono molte, basate sulla lettura di episodi biblici, dottrine filosofiche ma nessuna di queste al momento sembra abbastanza soddisfacente. Ad esempio le interpretazioni basate sulla dualità uomo-donna, città-ambiente naturale hanno perso consistenza da quando è stato appurato attraverso dei raggi x che al posto dell’uomo era raffigurata una donna nuda.

Per esempio si riportano quattro letture differenti date da altrettanti studiosi del XX secolo su quest’opera:

Edgard Wind sostenne che la Tempesta sia un grande collage dove la figura maschile rappresenterebbe un soldato, simbolo di forza mentre la figura femminile andrebbe letta come la Carità, dato che nella tradizione romana la carità era rappresentata da una donna che allatta. Forza e carità dovrebbero quindi convivere con i rovesci della natura cioè il fulmine.

Gustav Friedrich Hartlaub ipotizzò invece che l’opera potesse avere significati alchemici come la trasformazione del vile metallo in oro per la presenza dei quattro elementi che sono terra, fuoco, acqua e aria.

Maurizio Calvesi pensò ad un’unione tra il cielo e la terra legata alle teorie neoplatoniche.

Salvatore Settis, trovando invece un precedente in un rilievo dell’Amadeo sulla facciata della Cappella Colleoni (Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale) ritenne che le figure si potessero interpretare come Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso. Il fulmine equivarrebbe alla spada fiammeggiante dell’angelo. La tempesta diverrebbe così una metafora della condizione umana dopo il peccato, alla luce della dottrina cristiana.

Al di là di qualsiasi lettura iconografia resta però lo straordinario senso per la natura che forse mai prima aveva trovato un così esplicito ruolo da protagonista.