venerdì 11 maggio 2018

Pablo Picasso e l'opera L'appuntamento

Tra le tante opere pittoriche realizzate dal grande artista spagnolo Pablo Picasso ne troviamo una conosciuta col nome L'appuntamento. Qui sotto vediamo una immagine di quest'opera.

L'appuntamento opera di Pablo Picasso


Come gli appassionati di Picasso sapranno bene l'artista amava spesso sperimentare quando creava i suoi dipinti o altri oggetti d'arte. L'artista era sempre alla ricerca di uno stile del tutto nuovo e personale, uno stile che un giorno come sappiamo arriverà rendendolo uno dei più grandi artisti della storia. Anche l'opera L'appuntamento possiamo dire che fa parte degli esperimenti artistici di Picasso che fu realizzata quando aveva poco meno di vent'anni mentre a cavallo di due secoli intorno al 1900 si trovava a Parigi una città che all'epoca veniva considerata dagli artisti nuovi o da quelli già affermati la capitale mondiale della cultura e dell'arte.
Picasso realizzò l'opera L'appuntamento usando la tecnica dei pastelli in cera su un foglio di carta avente come dimensioni la grandezza di 53 per 56 centimetri circa. Ai suoi giovani occhi da artista per Picasso tutto sembra potenzialmente materiale per sperimentare nuove maniere di dipingere. Lui si innamora di tutto ciò che vede e che gli passa davanti a se. Picasso assiste e anche vive le scene notturne delle strade e dei vicoli parigini. Lui vede i clienti solitari e spesso ambigui che frequentano i caffè parigini e i ritrovi dove si vive una vita particolare, una vita da “bohémien”. Picasso scruta nelle anime di queste persone e quindi li fa sue mettendo del personale e facendo diventare questi i temi privilegiati dall’artista all'inizio della carriera artistica. Ecco che per esempio l'opera intitolata L'appuntamento diventa per Picasso un pretesto per provare magari una nuova composizione o nuovi materiali da usare che regalano però a chi le guarda un qualcosa di più intimo. In questa opera di Picasso vediamo una stanzetta che dal soffitto che scende dovrebbe essere una mansardina con un arredamento molto sobrio, quasi povero fatto da un letto e una sedia e al centro vi sono due peronaggi che si baciano. Picasso ci mostra una scena molto intima e privata, aiutata anche dal fatto che le figure non si vedono nei visi e si perdono in questo bellissimo abbraccio amoroso.
In quest’opera notiamo che Picasso è orientato verso un pathos creato dai forti contrasti dei colori usati dei quali soprattutto spicca il nero dei pantaloni dell'uomo con il rosso della gonna della donna e con l’avorio del grande letto. Si notano anche dei tratti neri e marcati che servono a schematizzare le sagome delle due figure umane dalle forme piuttosto sinuose e quasi ondulate che assomigliano molto a quei tratti usati da un altro grande pittore ossia Edvard Munch. Munch è colui che ha dipinto il celebre quadro intitolato L’urlo e che sicuramente Picasso ebbe modo di conoscere attraverso una sua litografia importata da uno degli amici modernisti che frequentano il caffè barcellonese Els Quattre Gats (i quattro gatti). In questo locale si riunivano alcuni intellettuali catalani che ogni tanto organizzavano mostre collettive e dove di ritorno da viaggi europei si confrontavano tra di loro su litografie e quadri o sulle nuove tendenze artistiche straniere.
L’opera l'Appuntamento di Picasso si tinge di colori vibranti che derivano dallo studio e dal confronto con l’arte francese che alla definizione lineare delle figure predilige i contrasti forti dei colori che meglio rendono i sentimenti intensi e drammatici.

venerdì 15 dicembre 2017

Giorgione artista della pittura tonale



Giorgio da Castelfranco detto anche Zorzi come in molti lo chiamavano all'epoca nel dialetto veneto è stato uno dei grandi maestri della pittura italiana vissuto tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. Tutti noi però lo ammiriamo e lo conosciamo soprattutto col suo celebre nomignolo ovvero quello di Giorgione il maestro della pittura tonale nel Rinascimento.


Giorgione autoritratto come David



Giorgione è nato a Castelfranco Veneto all'incirca tra il 1477 e il 1478 e anche se ha vissuto una vita molto breve ma sicuramente intensa, morirà infatti di peste a soli 32 anni circa nel 1510 ci ha lasciato dei meravigliosi capolavori e delle opere di pittura che influenzeranno in futuro numerosi artisti diventati celebri come per esempio il Tiziano. Il Giorgione partendo da alcune idee e da qualche nuova intuizioni di altri artisti come il Giambellino e il Carpaccio e ammirando di questi anche alcune opere arriverà a sviluppare una sua personale “maniera” di creare arte attraverso la pittura. A questo nuovo stile pittorico gli esperti daranno il nome di pittura tonale. Prende il nome di pittura tonale perché il Giorgione intuisce che attraverso i colori a olio usati con maestria insieme ai loro molteplici toni si poteva trasmettere un nuovo modo espressivo nelle opere del tutto autonomo. Un arte espressa dal Giorgione attraverso una sottilissima modulazione nei rapporti luminosi e cromatici e di quelli tra figure e elementi del paesaggio che riescono a trasmettere dei significati profondi, indicando magari il mutevole equilibrio che esiste tra l'uomo e la natura.

Il grande biografo degli artisti Giorgio Vasari scriveva del Giorgione “...venuto poi l'anno 1507, Giorgione cominciò a dare alle sue opere più morbidezza e maggiore rilievo... senza far disegno, tenendo per fermo che il dipingere solo con i colori stessi... fusse il vero e miglior modo si fare il vero disegno. E ancora Marco Boschini scrive del Giorgione nel libro Le ricche miniere della pittura veneziana del 1664, “nel colorito trovò quell'impasto di pennello così morbido che nel tempo addietro non fu; e bisogna confessare che quelle sue pennellate sono tanta carne mista col sangue”. Questa pittura a macchie intrisa di tinte crude e dolci gli permise di sfumare i contorni e di rendere più veritiera la rappresentazione della natura con i suoi elementi. Qui sotto vediamo uno dei suoi celebri capolavori conosciuto come I tre filosofi di Giorgione.


Giorgione opera I tre filosofi



Per questo il Giorgione è giustamente oggi considerato il capostipite della Scuola veneziana senza nulla togliere agli altri grandi capolavori e artisti venuti poco prima che ancora avevano qualche influenza dell'arte Bizantina o Gotica.

Non sono molte le opere del Giorgione arrivate sino a noi. Infatti si pensa che siano circa una dozzina fino ad ora quelle conosciute dagli esperti eppure queste opere sono sufficienti a testimoniare quanto fosse grande il genio e il talento di questo artista che riuscì a rivoluzionare il mondo della pittura durante il Rinascimento italiano. Giorgione si formò presso la bottega del maestro Giovanni Bellini e forse anche in quella del Carpaccio. Da li in poi iniziò a maturare l'idea di dare forza ai colori, di variare i vari toni per usarli come mezzo espressivo. Il colore nelle sue opere non svolge più soltanto una semplice funzione simbolica o decorativa. Il suo colore partecipa alla costruzione dell'immagine e delle scene da lui pensate. Quasi tutti i dipinti conosciuti del Giorgione risalgono al periodo che va dagli anni 1503 e sino alla sua morte nel 1510. le prime opere come La Giuditta o la Pala di Castelfranco riflettono un Giorgione alle prese con i primi esperimenti, alla ricerca di qualcosa di nuovo ma è soltanto dal 1506 in poi che troviamo i suoi più grandi capolavori della pittura che ancora oggi non sono stati del tutto decifrati dagli esperti di arte lasciandoci un alone di mistero intorno a loro. Tra questi abbiamo la celeberrima Tempesta che vediamo sotto, I tre filosofi che vediamo sopra o la meravigliosa Venere. Abbiamo anche un famoso autoritratto realizzato intorno al 1507 che si ritrae come fosse il David che vediamo su in alto.

Il celebre capolavoro La tempesta del Giorgione tra cenni di storia e ipotesi.


La tempesta opera di Giorgione



L’opera intitolata La tempesta è sicuramente uno dei simboli del “mistero Giorgione” di cui dicevano sopra. Questo dipinto è stato realizzato con la tecnica dei colori ad olio stesi magistralmente su una tela di dimensioni di 82 per 73 centimetri circa. Anche la datazione non è certa, si pensa comunque che sia stata realizzata nel periodo che va dal 1505 al 1508, quindi comunque negli ultimi anni di vita dell’artista. L’opera è conservata presso le Gallerie dell’Accademia nella bellissima città di Venezia dove chiunque può andare ad ammirarla.

Le ipotesi sulla lettura e sulle vere interpretazioni del dipinto della tempesta sono numerosi e ancora si dibatte molto su questo. Non si sa esattamente cosa il Giorgione volesse trasmetterci attraverso quest'opera. Si pensa quasi certamente che l'artista abbia voluto omaggiare con la sua arte il grande rispetto che aveva verso la Natura con tutta la sua magia, ma portatrice anche di una forza immensa che a volte ha un potere distruttivo, quindi anche drammatico.

Nel 1530 La tempesta viene citata da un certo Marcantonio Michiel, un noto collezionista d’arte dell’epoca che sembra la vide a casa di un tale Gabriel Vendramin che gli esperti indicano come colui che volle realizzato il quadro. Il Michiel scrive infatti di un quadro in tela raffigurante un piccolo paese durante una tempesta e con una “cigana” cioè una zingara dal dialetto veneto e un soldato. Scrive che fu realizzato per mano del “zorzi” de Castelfranco. Fu poi anche descritta dal celebre e storico biografo degli artisti cioè il Vasari.

Guardando La tempesta possiamo vedere in primo piano una donna sulla destra seduta che sembra allattare un bambino. La donna è quasi nuda ed è seduta sembra sul suo vestito con indosso una sorta di mantellina. Molti la indicano appunto come “la cigana” cioè una misera zingara. Nella parte sinistra del quadro sempre in primo piano vediamo un sorta di soldato vestito come un Lanzichenecco che tiene una lancia che sembra fare la guardia a qualcosa o a qualcuno. Tra i due personaggi sembra che non ci sia intesa o almeno non vi è un dialogo visivo. Alle spalle del soldato vi sono delle antiche rovine. Sullo sfondo si vede un fiume attraversato da un ponte che unisce le sponde di una cittadina mentre sulla tettoia di una casa si vede un uccello bianco. Il cielo con le sue nuvole grigie fa presagire la tempesta che sta per abbattersi sulla città. Un fulmine sembra annunciare l’arrivo della stessa.

Alcuni spunti tratti dal sito Wikipedia.

Da un punto di vista stilistico in quest’opera Giorgione rinunciò alla minuzia descrittiva dei primi dipinti come la Prova di Mosè o il Giudizio di Salomone che si trovano agli Uffizi, per arrivare a un impasto cromatico più ricco e sfumato, memore della prospettiva aerea leonardiana (verosimilmente mutuata dalle opere dei leonardeschi a Venezia) ma anche delle suggestioni nordiche della scuola danubiana. La straordinaria tessitura luminosa è leggibile ad esempio nella paziente tessitura del fogliame degli alberi e del loro contrasto con lo sfondo scuro delle nubi.

Alcune ipotesi interpretative.

Numerose sono le ipotesi che si sono fatte sul significato della Tempesta di Giorgione. Da episodi biblici come il ritrovamento di Mosè a quelli mitologici come Giove ed Io o ancora a quelli allegorici, per esempio Fortuna, Fortezza e Carità.

Le possibili interpretazioni sono molte, basate sulla lettura di episodi biblici, dottrine filosofiche ma nessuna di queste al momento sembra abbastanza soddisfacente. Ad esempio le interpretazioni basate sulla dualità uomo-donna, città-ambiente naturale hanno perso consistenza da quando è stato appurato attraverso dei raggi x che al posto dell’uomo era raffigurata una donna nuda.

Per esempio si riportano quattro letture differenti date da altrettanti studiosi del XX secolo su quest’opera:

Edgard Wind sostenne che la Tempesta sia un grande collage dove la figura maschile rappresenterebbe un soldato, simbolo di forza mentre la figura femminile andrebbe letta come la Carità, dato che nella tradizione romana la carità era rappresentata da una donna che allatta. Forza e carità dovrebbero quindi convivere con i rovesci della natura cioè il fulmine.

Gustav Friedrich Hartlaub ipotizzò invece che l’opera potesse avere significati alchemici come la trasformazione del vile metallo in oro per la presenza dei quattro elementi che sono terra, fuoco, acqua e aria.

Maurizio Calvesi pensò ad un’unione tra il cielo e la terra legata alle teorie neoplatoniche.

Salvatore Settis, trovando invece un precedente in un rilievo dell’Amadeo sulla facciata della Cappella Colleoni (Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale) ritenne che le figure si potessero interpretare come Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso. Il fulmine equivarrebbe alla spada fiammeggiante dell’angelo. La tempesta diverrebbe così una metafora della condizione umana dopo il peccato, alla luce della dottrina cristiana.

Al di là di qualsiasi lettura iconografia resta però lo straordinario senso per la natura che forse mai prima aveva trovato un così esplicito ruolo da protagonista.


mercoledì 13 dicembre 2017

Caravaggio e il capolavoro La deposizione del Cristo



La deposizione del Cristo un meraviglioso dipinto del Caravaggio.

Come i numerosi appassionati di arte e del Caravaggio sapranno bene molti dei capolavori del celebre artista italiano vissuto nel Seicento Michelangelo Merisi detto il Caravaggio sono legati da alcune precise e ricorrenti caratteristiche sia per quanto riguarda la tecnica usata e sia per quanto riguarda lo stile usato dal Caravaggio. Dico questo perché anche il capolavoro di cui parliamo in questo articolo ossia La deposizione del Cristo rientra tra quelle bellissime opere che l'artista ci ha regalato e che riusciamo a riconoscere quasi subito proprio per queste caratteristiche ricorrenti. Qui sotto vediamo una immagine dell'opera del Caravaggio conosciuta come La deposizione del Cristo. (cliccate sull'immagine per ingrandire)

La deposizione del Cristo opera del Caravaggio




Queste caratteristiche o alcune idee del Caravaggio erano per l'epoca molto innovative e spesso all'inizio furono criticate o addirittura rifiutate da altri famosi artisti. Una su tutte di queste idee nuove può essere per esempio quella meraviglia della resa espressiva della luce che il Caravaggio riusciva a trasmetterci attraverso l'uso delle ombre e delle luci che in futuro influenzerà moltissimi grandi pittori.

Diamo ora qualche breve cenno sul capolavoro conosciuto come La deposizione del Cristo.

Innanzi tutto diciamo che quest'opera è stata considerata sin da subito come uno dei massimi capolavori del Caravaggio. Infatti all'epoca ci furono degli esperti dell'arte che erano contemporanei del Caravaggio che rimasero talmente affascinati dalla deposizione del Cristo che ne tessero poi le lodi parlandone a tutti con grande passione. Tra questi artisti o esperti dell'arte che vissero negli stessi anni in cui è vissuto il Caravaggio possiamo citare per esempio Giovanni Baglione un pittore che ad un certo punto è rimasto stregato dalla meravigliosa pittura e dallo stile del Caravaggio diventando anche uno dei primi biografi dell'artista e poi c'è anche il Bollori.

La deposizione del Cristo è stata realizzata intorno agli anni che vanno dal 1602 al 1604 quindi parliamo dell'ultimo periodo in cui Caravaggio soggiorno presso la città culturale di Roma. L'opera è un dipinto realizzato attraverso l'uso dei colori a olio stesi con grande maestria su di una tela abbastanza grande visto che la superficie è di circa 300 per 203 centimetri. Oggi se vogliamo andare ad ammirare La deposizione del Cristo possiamo farlo visitando la Pinacoteca Vaticana che si trova presso l'omonima città del Vaticano a Roma che come sappiamo è anche la sede del papa. In origine quest'opera era stata commissionata da tale Girolamo Vittrice per onorare e accontentare le ultime volontà di un suo zio morto qualche anno prima. Questo zio che si chiamava Pietro desiderava che l’opera della Deposizione fosse inserita nella sua personale Cappella funeraria fondata presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma, una Chiesa divenuta celebre anche per l’Oratorio per i poveri bambini fondato da Filippo Neri divenuto in seguito Santo. Oratorio che faceva parte di un nuovo Ordine nato nella controriforma e frequentato anche dal Caravaggio. E proprio tra questi paesaggi, ricchi di profonda spiritualità e di vita tra gli umili e gli altri ceti che l’artista inizia a pensare e a progettare la sua opera della Deposizione.

Nella Deposizione del Caravaggio vediamo alcuni personaggi intenti a eseguire una triste e compassionevole operazione che abbiamo letto tante volte nella Sacra Bibbia. Questa triste scena narra appunto il momento della deposizione del povero Corpo martoriato di Gesù Cristo che verrà messo nel suo Sepolcro subito dopo essere stato tirato giù dalla croce ovvero la causa del suo tremendo supplizio. In primo piano vediamo tra una pianta e qualche pietra una grande lastra di pietra che alcuni esperti affermano sia quella che servirà poi a sigillare la tomba del Cristo. Quindi vediamo sia Giovanni che Nicodemo, due dei discepoli di Gesù in un immenso dolore trattenuto che tengono il corpo del Cristo coperto da un lenzuolo di colore bianco candido di cui un lembo cade a terra. Lo tengono da entrambi le parti per adagiarlo delicatamente sulla lastra vicina. Nicodemo che tiene le gambe di Gesù è raffigurato mentre guarda verso di noi. Egli presenta delle caratteristiche artistiche di un vero e proprio ritratto. Antonio Paolucci il Direttore dei Musei Vaticani crede che possa essere il ritratto di Pietro Vittrice cioè colui che aveva desiderato e commissionato la realizzazione dell’opera. Dei due l’apostolo Giovanni che è l’unico personaggio raffigurato con più colori con il suo braccio destro tiene ben saldo il Cristo sotto l’ascella, quasi come fosse un abbraccio mentre il sinistro lo appoggia sul ventre esanime del corpo quasi volesse assicurarsi che non vi sia davvero più movimento in esso, sottolineato anche dal suo sguardo fisso sul viso di Cristo. Dietro questa scena che si svolge in primo piano vediamo i personaggi che sono stati tra i testimoni storici della Passione e della morte di Gesù Cristo. Riconosciamo Maria di Cleofa che alzando le braccia al cielo urla tutta la sua disperazione e il suo dolore. Accanto troviamo nel suo tradizionale vestito con la testa coperta che l’iconografia tradizionale ci fa riconoscere spesso Maria, la Madre di Gesù col viso affranto nel dolore più grande che una madre possa avere. Accanto alla Madre di Cristo troviamo l’altra Maria, La Maddalena che come sappiamo gli visse vicino nell’ultimo periodo di vita e che piange quasi incredula con la testa china. La luce entra illuminando in pieno come fosse una ulteriore presenza, una forza divina che sottolinea il corpo di Cristo mentre il fondo è nell’oscurità assoluta.

Citiamo ora qualche breve brano dell'esperto Antonio Paolucci sull'opera La Deposizione del Cristo del Caravaggio mentre qui sotto vediamo un particolare della pietra posta in primo piano nell'opera.


part della Deposizione del Cristo Caravaggio



La Discesa nel Sepolcro già in Santa Maria in Vallicella meglio nota come Chiesa Nuova e

ora nella Pinacoteca Vaticana è dunque consapevole riferimento a una tradizione illustre, si colloca su una linea stilistica che la rivoluzione rinnova e vivifica ma non cancella.

E ora esaminiamo con qualche attenzione la Deposizione già nella Chiesa Nuova.

Cominciamo col dire prima di tutto che il termine iconografico con il quale il quadro è conosciuto è solo genericamente corretto. L’episodio che qui Caravaggio mette in figura è l’atto che nel rito giudaico comune del resto a tutte le culture del Mediterraneo, immediatamente precede l’inumazione vera e propria. Il corpo di Cristo appena disceso dalla croce verrà spogliato, disteso sulla grande pietra ben visibile (dopo diremo del significato di quella pietra) per essere lavato, unto e profumato.

Non della pietra destinata a coprire e a sigillare il sepolcro dunque si tratta ma del letto

marmoreo, destinato ai riti funerari che in latino veniva chiamato lapis untionis.

E poi c’è la pietra, la vera silenziosa protagonista del quadro. La lastra marmorea presenta

verso di noi il suo angolo e subito viene alla mente il Salmo 118: “La pietra scartata dal costruttore è diventata testata d’angolo”.

In questo momento Cristo è la pietra scartata dalla storia. I suoi discepoli lo hanno abbandonato, rinnegato, si sono dispersi. La sua meravigliosa utopia è finita sulla croce e ora si

dissolverà per sempre nel sepolcro. Questi pensieri, in questo momento attraversano gli astanti e Caravaggio li rappresenta con implacabile verità.

Eppure noi sappiamo, Caravaggio sa che su quella pietra riposa la speranza di salvezza per Pietro Vittrice e per ognuno di noi. Quando il celebrante nel momento della consacrazione, elevava l’ostia (Hoc est enim corpus meum) essa si trovava allineata con il corpo di Cristo e con l’angolo della pietra profetica. Il messaggio non poteva essere più efficace e più immediatamente comprensibile.